alleanzaparentale.it n°1 del 07 gennaio 2015

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1 LA CENTRALITA' DI DIO NELL'EDUCAZIONE SCOLASTICA
Se l'educazione è l'incontro della persona con il vero, il bello e il buono, in ogni materia non può mancare Gesù Cristo
Fonte:
2 LA SCUOLA DI STATO E' UN ABUSO!
La responsabilità dell'educazione è dei genitori (e della Chiesa)
Fonte:
3 LO SCOPO DEGLI INSEGNANTI? INDICARE IL PARADISO
Il compito degli insegnanti non si esaurisce nella trasmissione del sapere, ma deve essere caratterizzato da una viva preoccupazione morale e religiosa
Fonte:
4 LE CLASSI DIVISE IN MASCHI E FEMMINE HANNO MIGLIORI RISULTATI
La scienza lo conferma: bisogna valorizzare il bambino rispettando le sue specifiche caratteristiche, tra cui c'è l'essere maschio o femmina
Fonte:
5 TROPPA SCUOLA FA MALE
Il mito del ''tempo pieno'' lavora contro la famiglia: oggi i nostri bambini trascorrono a scuola più tempo di quello che noi genitori trascorriamo in ufficio
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6 I COMPITI A CASA FANNO PIU' DANNI CHE BENEFICI
La Finlandia, al top delle classifiche sull'educazione, ha abolito i compiti, mentre in Italia la situazione è disastrosa anche (ma non solo) per lo stress dei compiti
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7 EDUCARE I BAMBINI IN UN MONDO ALLA ROVESCIA
Il compito educativo spetta ai genitori: non alla scuola, non allo Stato, non agli esperti, ma ai genitori (che devono creare ambienti educativi in sintonia con i principi cristiani)
Fonte:

1 - LA CENTRALITA' DI DIO NELL'EDUCAZIONE SCOLASTICA
Se l'educazione è l'incontro della persona con il vero, il bello e il buono, in ogni materia non può mancare Gesù Cristo
articolo non firmato

La scuola è lo snodo fondamentale di tutti i percorsi per la costruzione della società. Essa, educando o diseducando, contribuisce a formare i cittadini e il capitale umano. Come dice la Caritas in veritate, c'è una professionalità lavorativa e imprenditoriale ma prima c'è una professionalità umana da formare senza della quale anche quella lavorativa e professionale - e la cosa vale per tutti i campi - viene meno e si degrada. [...]
Normalmente si pensa che nell'educazione sia centrale la persona dell'educando e che, quindi, nella scuola sia centrale la figura dell'alunno o dello studente. La cosa ha una sua verità, dato che nella scuola si cerca la verità e la si trasmette alle nuove generazioni per la loro maturazione completa. Questa centralità dell'educando è stata riscoperta anche nella cultura cattolica tramite le correnti del personalismo cristiano del Novecento e, dopo il Concilio Vaticano II, la centralità della persona "principio soggetto e fine della società" ha ulteriormente accentuato questa impostazione.

LA SCUOLA È PER L'ALUNNO... MA L'ALUNNO PER CHI È?
Come si dice che la società è per la persona, si tende anche a dire che la scuola, che è come una società in piccolo, è per l'educando. Ma l'educando per chi è? Qui si dividono due modi molto diversi di intendere la scuola.
La Chiesa cattolica ha sempre sostenuto che la persona è per Dio e che, quindi, il fine ultimo della società lo si persegue ordinandola a Dio in tutte le sue dimensioni. Così è anche per la scuola. Anch'essa deve essere ordinata a Dio, che deve avervi un posto centrale. Solo in questo modo può essere perseguito anche il bene dell'educando, che non è il fine ultimo.
Si va invece imponendo la visione opposta: se la scuola ha come fine la persona, Dio non può trovarvi posto o, comunque, avrà un posto laterale e secondario ma non centrale. Il personalismo educativo ha quindi prodotto delle conclusioni non previste, ha favorito l'allontanamento di Dio dall'educazione ponendo al primo posto la persona. Ma in questo modo anche questo obiettivo è diventato impossibile perché senza Dio la persona non sa chi è, gli educatori non sanno chi sia l'uomo che essi devono educare. Si sono così configurate due tipi di scuola: una scuola che, avendo al centro Dio e assumendo come Maestro Gesù Cristo, si ritiene essere un luogo comunitario di educazione di quanti vi operano alla loro vocazione trascendente; oppure una scuola che si concentra orizzontalmente sui bisogni umani dell'educando, dimenticando la prospettiva religiosa.
La stessa scuola cattolica, col passare del tempo, ha di molto tralasciato la centralità di Dio nel processo educativo e si è adattata a modelli molto più laici. In tutti questi casi il punto di passaggio è stata la centralità dell'educando.
Nel XIX secolo gli Stati liberali europei iniziarono a togliere alla Chiesa il monopolio dell'educazione. Dal punto di vista della sostituzione della centralità della persona alla centralità di Dio, risulta incomprensibile la lotta contro di loro sostenuta dai Sommi Pontefici. Risulta invece comprensibile e addirittura auspicabile quella richiesta degli Stati. Il Giuseppinismo consisteva nel chiudere le scuole gestite dalla Chiesa dando vita ad un insegnamento pubblico statale. Questo insegnamento pubblico non era neutro. In esso mancava ogni riferimento a Dio e la sua filosofia di fondo divenne il Positivismo, che nella seconda metà dell'Ottocento era diventata una specie di religione civile degli Stati europei, a cui non si sottrasse nemmeno lo Stato italiano di Depretis e Crispi. La scuola pubblica statale, quindi, si contraddistingueva in negativo per la sua contrapposizione alla scuola della Chiesa, e in senso positivo perché mirava alla creazione di una mentalità e cultura nazionale capace da fare da collante spirituale laico allo Stato.

LA CHIESA HA IL DIRITTO E IL DOVERE DI GOVERNARE L'EDUCAZIONE PUBBLICA
Di fronte a questo processo di esclusione della religione cattolica dalla pubblica educazione e/o di subordinazione della stessa al potere civile, i Pontefici dell'epoca reagirono con vigore, rivendicando per la Chiesa un diritto originario di governare l'educazione pubblica.
Le proposizioni 45, 46 e 47 del Sillabo, annesso all'enciclica Quanta Cura di Pio IX dell'8 dicembre 1954, sono a tal proposito molto chiare.
Viene condannata la proposizione 45, che afferma: «Tutto il regime delle scuole pubbliche, nelle quali si educa la gioventù di qualsiasi stato cristiano, fatta eccezione soltanto in qualche modo per i seminari vescovili, può e deve essere attribuito all'autorità civile, e attribuito inoltre in modo tale, da non riconoscersi ad una qualsiasi altra autorità nessun diritto di immischiarsi nell'organizzazione delle scuole».
Viene condannata la proposizione 47 secondo la quale «La condizione ottimale della società civile richiede che le scuole popolari … siano sottratte ad ogni autorità, forza di regolamentazione, ingerenza della Chiesa, e che siano sottoposte al pieno controllo dell'autorità civile e politica».
Non sarebbe corretto valutare questa posizione solo come dettata da contingenze storiche, oppure sostenere che in precedenza la Chiesa aveva svolto un'opera di supplenza nei confronti di uno Stato assente che ora giustamente si prendeva le proprie responsabilità, oppure che la Chiesa aveva sbagliato a pretendere per sé quel ruolo centrale nell'educazione in quanto non era ancora emersa nel modo corretto la laicità del secolo. Queste ed altre spiegazioni non colgono una aspetto centrale di quella rivendicazione che, invece, la rende valida ancora oggi e per sempre.
L'aspetto centrale della questione è duplice: da un lato esso dice che non è possibile educare senza l'Assoluto Divino, dall'altro dice che se lo si nega si finisce per impostare l'educazione in base ad un altro assoluto, non-divino o anti-divino. Ciò che risulta, comunque, è l'impraticabilità della via personalistica, ossia di considerare la persona dell'educando come il centro e il fine dell'educazione e della scuola. Aver praticato questa strada e continuare a farlo è indice di ingenuità educativa.

LE SCUOLE NON POSSONO CHE ESSERE CATTOLICHE
Dicevamo che quella posizione dei Sommi Pontefici risulta oggi incomprensibile a chi ha intrapreso la strada della centralità della persona nella scuola. Ed infatti è una posizione che viene condannata e rigettata. Essa però poneva in forme adatte ai tempi un nodo difficilmente eludibile. Cosa può indurre una persona a penetrare così nel profondo di sé e trarne fuori verità talmente assolute da dare un senso ultimo alla sua esistenza se non Dio? Chi, se non Lui, può salvare il percorso educativo dal suo sempre possibile esito nichilistico? L'uomo non afferra se stesso se non viene a sua volta afferrato da Dio. Come giustificare un percorso di ricerca della verità se non in virtù di Colui che è la Verità? Se l'educazione è un percorso di libertà, non potrà essere certo la singola persona a liberarsi – dato che è proprio essa a manifestare il bisogno di essere liberata – ma Dio. La comunità degli educatori da dove riceve il diritto di intervenire così in profondità nella vita dell'educando se non per il bene assoluto di quella persona e chi può sostenere questo bene assoluto se non Dio, che è il Bene?
La Chiesa dell'Ottocento rivendicava a se stessa un diritto originario ed assoluto sull'educazione e sulla scuola. Le scuole non potevano che essere cattoliche. Ciò non per un desiderio di potere o per gestire un monopolio lucrativo. Se l'educazione è l'incontro della persona con il vero, il bello e il buono, poteva forse mancare da questo luogo Gesù Cristo? E il vero, il bello e il buono potevano darsi, sarebbero stati raggiungibili senza Gesù Cristo? Nella scuola la persona si incontra con Gesù perché vuole incontrarsi fino in fondo con se stessa, questo è il punto, e quindi lì la Chiesa deve esserci.
L'educazione della persona ha sempre un carattere assoluto, perché la ricerca dell'uomo non si ferma fino a che non arriva al fondamento ultimo del senso. Questo fondamento ultimo ha sempre carattere assoluto e non può essere l'uomo: un umanesimo assoluto è una contraddizione in termini e una cosa funesta. Ecco perché l'educazione o giunge a Dio o giunge ad un altro assoluto, che possieda l'anima dell'educando con la stessa forza ma non nella stessa libertà. L'educazione non mira all'autodeterminazione, essa mira sempre, in un caso o nell'altro, a consegnarsi a Qualcuno. Se questo è Cristo la consegna di sé significa anche il respiro della vera libertà, se è altri si sperimenta il fallimento, non meno assoluto però.
Per questi motivi è necessario che i cattolici ricomincino a pensare ad una scuola con Dio al centro. Questo vale sia per gli aspetti strettamente educativi, ma anche per l'organizzazione sociale e politica della scuola stessa nella società attuale. [...]

Stefano Fontana
Fonte: Bollettino di Dottrina Sociale, gennaio-marzo 2015


2 - LA SCUOLA DI STATO E' UN ABUSO!
La responsabilità dell'educazione è dei genitori (e della Chiesa)
articolo non firmato

Nell'Ottocento la Chiesa contestava allo Stato il monopolio dell'educazione. Partita persa dato che oggi essa è completamente in mano allo Stato. Partita persa perché incentrando la scuola sull'educando e non su Dio, si è diffusa l'idea di averla fissata su un obiettivo laico, che anche lo Stato poteva perseguire. Fu così che la scuola confessionale fu considerata "di parte" mentre la scuola statale fu considerata non di parte. La realtà è esattamente il contrario. Già nell'Ottocento lo Stato nelle proprie scuole insegnava una sua religione, la religione massonica di un umanitarismo universale sul tipo del libro "Cuore" in cui la parola Dio non viene mai pronunciata. Oppure la religione del prete apostata Ardigò: il positivismo. Oppure la religione del vate Giosuè Carducci e del suo "Inno a Satana".

LA DRAMMATICA SITUAZIONE DI OGGI
Oggi, però, lo Stato non è da meno. Anche oggi, in un clima di apparente pluralismo culturale ed educativo, nella scuola statale si insegna una nuova religione che, nel caso migliore, è la religione del relativismo e nel caso peggiore è quella del neo-catarismo. La penetrazione della ideologia del gender e dell'omosessualismo nella scuola pubblica è una penetrazione organizzata e sistematica che, in progressione, non lascerà nessuno spazio di libertà. Ma anche lasciando da parte queste forme acute di oppressione educativa, la scuola di Stato veicola un pensiero unico penetrante e invasivo:
1) elimina sistematicamente alcuni autori,
2) dà una visione antireligiosa del sapere,
3) assume un'ottica illuminista o neoilluminista,
4) tace su interi periodi della storia umana come il Medio Evo,
5) uniforma i testi scolastici alla medesima ideologia,
6) denigra la storia della Chiesa,
7) assume il criterio cronolatrico secondo cui il nuovo è anche migliore,
8) condanna con forme di damnatio memoriae personaggi e periodi storici considerandoli ideologicamente il male assoluto.

LA SCUOLA DI STATO NON EDUCA ED INOLTRE LIMITA LE PARITARIE
Leone XIII, nel 1879, davanti al dilagare della religione positivista nelle scuole italiane, scrisse l'enciclica Aeterni Patris, con la quale rilanciava la filosofia di San Tommaso. Egli aveva percepito la gravità del problema. Aveva capito che la scuola di Stato non era neutra ma governata da un assoluto naturalista e razionalista sostanzialmente anticristiano e che, se non contrastata, avrebbe distrutto l'educazione stessa. Oggi, molti si chiedono se la scuola statale educhi ancora. Molti rispondono di no e questo senza nulla togliere alla grande e solerte dedizione di molti insegnanti.
Molti si chiedono anche se il sistema della scuola paritaria sia sufficiente a ridare alla Chiesa degli spazi veri di azione educativa nella scuola. Un sistema pubblico integrato, come avviene nella scuola italiana a parte l'aspetto della parità economica che non viene garantito, sembrerebbe idoneo a quello scopo. C'è però da dire che la scuola cattolica paritaria viene inserita in un contesto che ne limita di molto la libertà. La programmazione delle abilità, i criteri di valutazione, i sistemi di valutazione, la tipologia delle prove sono elementi che la scuola di Stato impone alle scuole paritarie. Essi non sono mai neutri, ma funzionali ad un modello di educazione. Le circolari, gli orientamenti, le indicazioni per il recupero delle difficoltà, la normativa per le attività complementari o di sostegno sono emesse dallo Stato e vengono recepire dalle scuole paritarie cattoliche con scarsissima creatività. Molto spesso, a parte casi di forte identità nelle convinzioni degli operatori, nelle scuole paritarie si insegna nello stesso modo delle scuole statali, solo, magari, con la messa all'inizio e alla fine dell'anno scolastico.

LA SCUOLA NON DEVE ESSERE DELLO STATO, MA DELLA CHIESA
La scuola non può essere dello Stato. A questa concezione la Chiesa ha sempre opposto che la scuola è della Chiesa, e questo lo abbiamo già visto sopra, e che la scuola è delle famiglie. Se nella scuola e nell'educazione avviene qualcosa di molto più fondamentale che non l'apprendimento di alcuni rudimenti e comportamenti, la prima titolarità educativa appartiene ai genitori, che per primi si sono assunti il compito di educare i loro figli davanti a Dio e secondo i suoi insegnamenti. Nella scuola il bambino mette in rapporto la propria più profonda intimità con la verità e, così facendo, si mette in cerca dell'Assoluto, perché niente di relativo lo soddisferà mai più. Questo rapporto dell'educazione con l'assoluto, che era già stato messo in evidenza da Socrate, richiede che a sorvegliarne il processo siano i genitori, gli unici ad avere le chiavi dell'intimità dei propri figli non in assoluto ma secondo il progetto di Dio su di loro. I genitori cristiani hanno una sapienza del cuore rispetto alla vita dei loro figli che deriva loro dall'averli concepiti nella luce di Dio. Ma c'è anche una sapienza naturale che conferisce ai genitori questa capacità, anche se senza la fede rischia di non avere sufficiente sostegno nella vita concreta.
Intesa in questo modo, la responsabilità dei genitori nell'educazione dei figli coincide in fondo con la responsabilità della Chiesa. Rivendicando il primato dei genitori sullo Stato, la Chiesa non si limita a rivendicare un elemento di diritto naturale, ma vi aggiunge anche un motivo squisitamente religioso: i figli sono di Dio e, vicariamente, dei genitori che li educano nel progetto di Dio. Tramite la centralità della famiglia, la Chiesa riconduce il tema al suo vero cuore: la centralità di Dio.
A questo fine giunge in aiuto la dottrina della sussidiarietà, secondo cui lo Stato non può sostituirsi alla famiglia nei compiti che le sono propri per natura e per disegno divino, deve piuttosto aiutarla a perseguirli con le sue forze o con l'aiuto delle società superiori che tuttavia non deve mai essere di sostituzione, ma di aiuto sussidiario e supplente.

Stefano Fontana
Fonte: Bollettino di Dottrina Sociale, gennaio-marzo 2015


3 - LO SCOPO DEGLI INSEGNANTI? INDICARE IL PARADISO
Il compito degli insegnanti non si esaurisce nella trasmissione del sapere, ma deve essere caratterizzato da una viva preoccupazione morale e religiosa
articolo non firmato

Tra le opere di La Salle, spiccano due scritti pedagogici: la Guida delle Scuole cristiane e le Regole di buona creanza e di cortesia cristiana. Nonostante siano stati redatti circa tre secoli fa, da esse emergono esigenze e orientamenti educativi di straordinaria attualità. Due sono le questioni fondamentali che stanno al centro della Guida: la prima riguarda la possibilità di dar vita a una scuola aperta a chiunque, utile alla salvezza delle anime e capace di presentarsi come un luogo attraente, non dominato soltanto dalla preoccupazione di sorvegliare e punire. La seconda questione che La Salle affrontò nello scrivere quest'opera fu quella di definire positivamente il ruolo dell'insegnante.

LA VITA ETERNA DEGLI STUDENTI
Il grande educatore seppe dare risposta ad ambedue i problemi sopra ricordati: egli infatti riuscì a far sorgere un nuovo tipo di scuola, attenta ai veri bisogni degli alunni e gratuita, e seppe altresì indicare un modello di insegnante davvero innovativo, il "fratello delle scuole cristiane", un religioso non prete che fa dell'insegnamento il proprio ministero apostolico; non più, dunque, solamente un mestiere, ma un'azione derivante da una speciale consacrazione e finalizzata alla salvezza eterna dei giovani studenti, specialmente quelli provenienti da situazioni di povertà e disagio sociale. Per tali motivi, la Guida prevede che durante la giornata scolastica sia dedicato il tempo necessario alla Santa Messa, alla preghiera e alla riflessione spirituale, che le letture proposte agli allievi provengano sempre dalla Sacra Bibbia o comunque da testi edificanti e che gli insegnanti, trasformati in autentici testimoni del vangelo, si sentano costantemente tenuti a fornire il buon esempio ai giovani. Le numerosissime prescrizioni contenute nella Guida trovano la loro giustificazione in un unico desiderio che anima La Salle: la scuola cristiana e l'attività di coloro che vi operano hanno senso soltanto se inquadrate nel disegno salvifico predisposto da Dio per l'umanità. Secondo il Santo di Reims, educare significa soprattutto cooperare con il Signore affinchè le anime conquistino il Paradiso.

UN APPELLO ALLA SANTITÀ
Le Regole di buona creanza e di cortesia cristiana, che ebbero un'amplissima diffusione, sono una sorta di galateo che indica uno stile di vita elevato e autenticamente cristiano: con esso La Salle rivolge un accorato appello alla santità personale e alla santificazione dei rapporti sociali. Egli è convinto che soltanto vivendo secondo lo spirito di Gesù Cristo sia possibile compiere azioni buone e gradite a Dio: non si tratta di rispettare fredde regole formali, ma di improntare la vita a uno stile evangelico, l'unico che permette di rendere gloria a Dio e di salvare la propria anima. Seppur per ragioni diverse, sia la Guida delle Scuole cristiane che le Regole di buona creanza e di cortesia cristiana contengono numerose indicazioni pratiche che in questa sede non è possibile riportare. Qui sembra maggiormente importante richiamare l'attenzione su alcuni aspetti comuni alle due opere e, attraverso di essi, sul significato complessivo dell'insegnamento lasalliano.

UNA SCELTA ACCURATA DEI DOCENTI
La prima basilare certezza di La Salle riguarda la necessità di poter disporre di maestri fedeli al Vangelo, perché l'educazione cristiana presuppone la presenza di educatori ben formati: di qui la sua particolare cura per la preparazione degli insegnanti, che egli vuole solidi interiormente e moralmente ineccepibili. Per il Santo di Reims, il compito della scuola non si esaurisce nell'ambito della trasmissione del sapere, ma deve essere caratterizzato da una viva preoccupazione morale. Vi sono altri elementi distintivi della scuola lasalliana sui quali è opportuno soffermare l'attenzione.

NON PUNIZIONI MA PERSUASIONE
Innanzitutto, una nuova concezione della disciplina, che non viene più basata su castighi e punizioni, bensì sulla persuasione: al maestro devono stare a cuore le convinzioni interiori maturate dall'alunno e non certo la sua paura nei confronti degli educatori. Inoltre La Salle raccomanda che si tengano in speciale considerazione il carattere e le propensioni naturali di ogni singolo allievo: i maestri devono sapere comprendere il più a fondo possibile la personalità dei giovani a loro affidati dalla scuola. Una sintesi molto valida della luminosa testimonianza del Santo francese è offerta dalle seguenti considerazioni apparse sulla «Rivista lasalliana» nel 1957: «Ciò permette di collocare [...] tutta l'opera di San Giovanni Battista de La Salle [...] sotto il doppio aspetto di restaurazione dell'uomo nella società (il riscatto dalla miseria e dall'ignoranza) e nella santificazione delle forme sacramentali e liturgiche (vita parrocchiale, culto pubblico, voti religiosi, disciplina della penitenza e dei sacramenti) [....]. Metteremo dunque anche noi il Santo istitutore accanto a San Francesco di Sales (1567 - 1622), la cui opera pare tuttavia più conclusa nel campo ecclesiastico-monacale; a San Vincent de Paul (1581 - 1660), che non lasciò quasi miseria senza riscatto, cercando le anime attraverso i corpi; a San Jean Eudes (1601 - 1680) e a San Louis Grignion de Montfort (1673 - 1700), che rinnovarono la devozione cristiana, richiamandola alla sostanzialità della fede e delle opere».

Maurizio Schoepflin
Fonte: Il Timone, novembre 2015


4 - LE CLASSI DIVISE IN MASCHI E FEMMINE HANNO MIGLIORI RISULTATI
La scienza lo conferma: bisogna valorizzare il bambino rispettando le sue specifiche caratteristiche, tra cui c'è l'essere maschio o femmina
articolo non firmato

È da poco uscito, per le edizioni Paoline, un interessante saggio che analizza, con rigore universitario e molti studi sul campo, l'educazione differenziata per sesso. Si sta parlando anche di educazione omogenea scolastica, più in generale dell'educazione della persona e della personalità. Il saggio è firmato da Marco Scicchitano, psicologo e psicoterapeuta, ricercatore clinico presso l'ITCI di Roma e da Tonino Cantelmi, psichiatra e psicoterapeuta, docente presso la LUMSA e presso la Pontificia Università Gregoriana. Cantelmi è stato il primo ricercatore italiano ad occuparsi dell'impatto della tecnologia digitale sullo sviluppo cognitivo e affettivo dei bambini.
Abbiamo rivolto alcune domande al dr. Scicchitano sull'argomento e ne è nata questa interessantissima conversazione che vi proponiamo nell'attesa di avere la possibilità di invitare i due autori, del testo Educare al femminile e al maschile, ad un incontro presso il Faes.
Da dove nasce lo spunto per il vostro studio? C'è davvero una differenza tra il modo di essere e apprendere di maschi e femmine?
Sia io che il Prof. Cantelmi siamo clinici, lavoriamo molto in contatto stretto con le persone che si rivolgono a noi presentandosi con il loro modo di vivere ed affrontare i problemi, le loro relazioni e la loro storia. Una disposizione importante per essere un buon clinico, come noi cerchiamo di essere, è quella di avere la capacità di "decentrarsi", uscire dal proprio modo di essere e dai propri schemi mentali e cercare di entrare in contatto il più possibile con l'unicità irripetibile che è la persona che di volta in volta ci troviamo di fronte. Capire le sue peculiarità originali e le caratteristiche che gli sono proprie è il modo concreto in cui manifestiamo concretamente l'accoglienza: "ac-cogliendo" la ricchezza di cui è portatrice. Nel nostro lavoro abbiamo imparato a svincolarci dagli schemi preconfezionati e mantenere uno sguardo il più possibile "pulito" e scevro dai condizionamenti che derivano dalle posizioni ideologiche. In questo modo è risultato evidente che ci sono delle differenze irriducibili tra maschi e femmine e che è importante tenerne conto in contesti come quello della psicoterapia, laddove ogni elemento è utile per favorire il benessere della persona.
Lo stesso discorso vale in contesto educativo in cui la missione degli operatori è proprio quella di valorizzare le specificità del bambino e formarlo rispettando le caratteristiche che lo contraddistinguono, tra cui c'è l'essere maschio o femmina. Nell'ambito dell'apprendimento per poter fare un buon servizio educativo al bambino bisogna tenere presente varie dimensioni della persona quali gli interessi, gli stili cognitivi, gli aspetti motivazionali. In ognuno di questi ambiti che hanno grande influenza nell'apprendimento è possibile individuare delle tipicità maschili e femminili che sarebbe utile e funzionale sfruttare a favore dei ragazzi.
Spesso infatti ci siamo trovati a rispondere a domande di genitori ed insegnanti che si sono interrogati proprio su questo argomento, e, una volta sollecitati dalla casa editrice abbiamo pensato che fosse necessario dedicare un volume snello ed agile da usare come introduzione all'argomento.
Ci sono studi che confermano questa posizione?
Si, certo. L'impostazione che abbiamo voluto dare al libro è esattamente fondata sull'evidenza scientifica, pertanto, nel parlare della diade maschile e femminile, e della differenza e della ricchezza che la caratterizza, abbiamo fatto sostanzialmente riferimento ad articoli e contributi di natura scientifica, per lo più in campo psicologico e neurobiologico. Nel libro ne citiamo molti anche se ci siamo limitati per non dare pesantezza al volume soffermandoci soprattutto sugli ottimi contributi e spunti che abbiamo trovato nei volumi pubblicati dal pediatra e psicologo americano Leonard Sax che sono ricchi di riferimenti a studi scientifici e che consigliamo a chi volesse approfondire il tema. Comunque gli studi che attestano differenze tra maschile e femminili sono molti, ma ne citiamo uno tratto dal libro che è significativo perché prende in esame bambini neonati, sui quali è difficile immaginare influenze culturali.
Nel 1980 una studentessa americana ha svolto una ricerca per verificare la correlazione tra l'ascolto di musica in bambini prematuri e migliori condizioni di crescita e sviluppo dei bambini stessi. Per appurare la veridicità dell'ipotesi fu fatta ascoltare ai bimbi musica leggera monitorando contemporaneamente i valori di crescita e sviluppo. Gli stessi valori furono registrati anche per un gruppo di controllo (bambini non esposti all'ascolto della musica), composto sempre di ventisei bambini prematuri. Al termine del periodo di osservazione si riscontrò che i bambini che avevano ascoltato la musica in culla erano cresciuti più rapidamente, avevano avuto minori complicazioni ed erano stati dimessi dall'ospedale cinque giorni prima rispetto ai bambini facenti parte del gruppo di controllo. Sax riporta nel suo Why Gender Matters, che consultando direttamente i risultati dello studio, ha notato una particolarità interessantissima che era sfuggita stranamente anche alla stessa autrice, Janel Caine. Le bambine che avevano ascoltato musica in culla avevano lasciato l'ospedale nove giorni e mezzo prima delle bambine del gruppo di controllo, mentre per i bambini maschi non era riscontrabile alcuna differenza, tra quelli che avevano ascoltato la musica in culla e quelli che non l'avevano fatto. Risultati simili, ma ancora più marcati che confermano i dati emersi nel 1980, vengono riportati in uno studio di Pediatria Neonatale, nel quale le bambine alle quali veniva sistematicamente canticchiata la ninna nanna di Brahms, al termine dell'osservazione riportavano delle condizioni cliniche per le quali venivano dimesse dall'ospedale dodici giorni prima rispetto alle bambine a cui non era stata cantata. Con i maschi non andava altrettanto bene. In media i bambini maschi che avevano ascoltato la musica non avevano lascito prima l'ospedale rispetto ai bimbi che non avevano ricevuto il trattamento. Per capire la ragione di questa differenza tanto evidente quanto apparentemente inspiegabile, non è necessario richiamare ipotesi e teorie: è sufficiente partire dalla fisiologia umana, costatando semplicemente che le bambine hanno un udito migliore per la musica, o quantomeno, per determinate frequenze. Diversi studi hanno infatti evidenziato che l'udito delle bambine è sostanzialmente più sensibile di quello dei maschi, specialmente nella gamma di frequenze che va dai 1000 ai 4000 Hz, che tra le altre cose è anche la gamma fondamentale per la discriminazione dei suoni nel linguaggio parlato. Inoltre è possibile osservare che la reazione cerebrale all'ascolto di suoni all'interno di questa gamma è nelle bambine neonate superiore a quella dei maschi anche dell'80%. Questa differenza tende ad aumentare nel corso dello sviluppo ed è stato possibile evidenziare che la superiorità femminile nell'ascolto di frequenze intorno ai 2kHz diventa maggiore con il passaggio all'adolescenza e all'età adulta.
Le femmine, dunque, sentono un'importante gamma di frequenze meglio dei maschi, beneficiano dei trattamenti di musicoterapia in modo molto più evidente e hanno una migliore risposta dei maschi nel percepire il tono della voce dell'altro, come ad esempio il padre o l'insegnante in classe.
Che sostegno danno le scuole single sex a questa specificità sessuale?
Possono darne molto e i risultati e le evidenze scientifiche cominciano ad affiorare soprattutto nel mondo anglosassone. I dati Britannici di questo anno indicano in modo evidente che è una buona strada da percorrere dato che tra i migliori 25 istituti privati, 21 sono omogenei per sesso. Anche qui in Italia si sta muovendo qualcosa. Peri ed Anelli hanno analizzato 30 mila studenti italiani su un periodo di osservazione di quindici anni, dal 1985 al 2000. Le loro analisi hanno preso in considerazione gli stipendi, le scelte professionali e accademiche. E sono arrivati a stabilire alcune conclusioni importanti:
1. Una quota più alta di persone dello stesso sesso in classe aumenta la probabilità di scegliere facoltà che fanno guadagnare di più. Per le donne aumenta del 5-6 per cento, per gli uomini del 6-7 per cento.
2. Migliori risultati accademici e maggiore preparazione, dato che le ragazze delle scuole omogenee abbandonano più raramente l'università e tendono a laurearsi prima.
Secondo il saggio appena pubblicato, che raccoglie dati e informazioni a livello statistico è più probabile che una ragazza che sia stata in una classe «ad alta percentuale femminile» scelga una facoltà come Economia o Ingegneria piuttosto che Lettere cambiando sensibilmente le sue possibilità di avere uno stipendio maggiore. Il discorso, fra l'altro, non vale solo per le donne: anche i maschi tendono a preferire facoltà che garantiscano loro un percorso professionale più soddisfacente, dal punto di vista retributivo, se nei cinque anni di liceo la percentuale di donne in classe è stata bassa.
Si fa un po' di confusione tra differenza e disuguaglianza: ci aiuta a capirne il senso?
Steven Pinker, celebre psicologo e divulgatore scientifico nel libro per il quale ha vinto il premio Pulitzer, Tabula Rasa, si chiede come mai alcune frange del femminismo lottino strenuamente contro l'idea che uomini e donne siano differenti, che abbiano abilità differenti e quindi inclinazioni e propensioni specifiche. Forse, si chiede l'autore, dietro a questo accanimento contro la differenza tra maschi e femmine si nasconda il timore che «differente» corrisponda ad «ineguale» e quindi «ingiusto». Probabilmente nel movimento di conquista dei diritti civili femminili è stata fatta una sovrapposizione concettuale tra "uguaglianza di diritti" e "uguaglianza delle caratteristiche" che ha portato a distorsioni notevoli ed ora controproducenti, arrivando a negare non solo il buon senso, ma anche i dati e le ricerche scientifiche. Pinker sostiene che il femminismo di genere, nella sua lotta contro l'ineguaglianza si sia messo in rotta di collisione con la scienza, perdendo di vista i criteri di una rigorosa e serena ricerca scientifica a favore di una fervente e ideologica battaglia, e noi siamo d'accordo con lui. Come abbiamo già detto non pensiamo che differente corrisponda ad ineguale, anzi. Cogliere le caratteristiche proprie di qualsiasi cosa permette di relazionarsi con essa a partire dalle sue peculiarità, ed è, quindi, arricchente. Sapere come è fatto un oggetto ci suggerisce come trasportarlo senza danneggiarlo e conoscere le caratteristiche di una pianta, ci aiuta a curarla bene, ad avere le giuste attenzioni e a farla crescere rigogliosa e sana. Forse è proprio partendo dalle differenze specifiche che si può realizzare una uguaglianza che non sia omologazione che appiattisce ma fioritura di talenti individuali.
Come si devono comportare i genitori per favorire le specificità sessuale?
Una buona prassi è essere ben informati in modo da affrontare responsabilmente il compito di essere genitori, ma allo stesso tempo pronti a farsi sorprendere dalla novità che porta ogni nuova persona in modo da essere saggi e centrati sull'educando, più che sugli schemi appresi e consolidati che compongono il nostro bagaglio di esperienze e conoscenze. È importante ricordare è che le variabilità individuali sono elevatissime all'interno di un insieme di persone, per cui non abbiamo nessun problema a riconoscere che ci possono essere maschi poco attratti dal sesso, caratterialmente miti e non aggressivi, così come donne competitive ed esplorative.
La persona umana è sempre talmente ricca e profonda che deve essere riconosciuta anzitutto come individuo con risorse e caratteristiche proprie ed uniche. Tuttavia, essendoci delle costanti riconoscibili, documentate che caratterizzano il maschile e il femminile, è utile stabilire quali sono e come possono essere valorizzate. L'educazione familiare ha un valore essenziale in questo processo.
Ciò che va evitato è la forzatura, il cercare di piegare il dato di realtà ad esigenze ideologiche. Non ascoltare e non vedere il proprio bambino per chi è e per ciò che gli piace è una grave responsabilità. Con i comportamenti spontanei, i primi sguardi e sorrisini e gli iniziali modi di giocare i bambini esprimono quelli che sono inclinazioni e primi passi nel mondo, timidi e ancora insicuri modi di entrarci in rapporto, gemme primeve del carattere e della personalità che sarà. Il bambino deve trovare una collocazione all'interno del suo ambiente di vita e le sue spontanee e innate caratteristiche non sempre bastano a sé stesse, ma necessitano della conferma e rassicurazione da parte degli adulti di riferimento, genitori parenti ed educatori, attraverso la "validazione".
La validazione è un processo fondamentale nello sviluppo e aiuta i bambini a sviluppare un senso della propria identità integro e sicuro. Il rinforzo positivo ha in questo un ruolo fondamentale e arricchente. Nella prima infanzia è necessario che l'adulto si ponga come guida e fonte di riconoscimento delle caratteristiche del bambino e regalare macchinine ai maschi e bambole alle femmine si inscrive perfettamente in questa cornice di significato, così come giocare alla lotta con i maschi e a "mamma e figlia" con le femminucce. Sono questi dei rinforzi positivi che permettono al bambino di radicare più in profondità quelle che sono sue inclinazioni naturali e innate aiutandolo nel costruirsi la propria identità.
Alcune linee di pensiero hanno ipotizzato che dovrebbe essere un dovere dell'adulto porsi come elemento neutro rispetto alla costruzione dell'identità di genere, ma questo è un grave errore pedagogico. È infinitamente più importante tutelare il ruolo di "validatore" dell'adulto rispetto all'assumere quell'atteggiamento di neutralità che avocano i sostenitori della teoria del "genere che si sceglie". Mancare questo ruolo per esigenze di aderenza a forme ideologiche è secondo il mio punto di vista una grave responsabilità.
Nel libro citiamo un caso in cui un padre ha cercato involontariamente di proporre strategie educative non consone alla figlia, e i risultati lo hanno costretto a cambiare.
In una mattina fredda e uggiosa, Isabella, particolarmente assonnata e stanca, non aveva alcuna intenzione di andare a scuola, e manifestava il suo diniego con una sorta di reticenza e ostruzionismo passivo che logorava il papà già di prima mattina. Tuttavia il papà non era totalmente nuovo e impreparato a queste «giornate no» e aveva già imparato una tecnica fondamentale: al di là dell'importanza di trasmettere il senso del dovere e della responsabilità, se vuoi che un bambino ti segua, devi attrarre la sua curiosità e stimolare la sua naturale propensione al gioco. Così recuperando le sue personali esperienze di gioco, propose alla piccola di andare con la bici, spiegandole che avrebbero fatto finta di essere guerrieri con archi e frecce. Avrebbero dovuto superare ostacoli, combattere contro i nemici, evitarli, correre ed inseguire. La cosa parve funzionare, ma solo dal letto fino al parcheggio della bici, dove nuovamente Isabella aveva cominciato a fare resistenza passiva. Il padre aveva avuto allora un'illuminazione: «La bici ha freddo!» Anzi no. «Il cavallo-bici ha freddo! Poverino... e si sente solo a stare li ad aspettare tutta la notte», «vedi Isabella?» Immediatamente i lineamenti della bimba avevano cominciato a distendersi improvvisamente e lo sguardo era divenuto un po' complice con il padre, e un po' preoccupato per il povero cavallo-bici infreddolito e triste. E così, nel nuovo gioco, la bici che prima era solo un mezzo di trasporto tutta salti e velocità, si riempiva istantaneamente di contenuti emotivi e relazionali. Allora Isabella, gli si era avvicinata sussurrando: «Povero cavallo-bici, adesso ti do la colazione calda calda eh?». E i problemi di accompagnamento a scuola, ci racconta il padre, finirono per un bel po' di tempo.

Fonte: Faes Milano

SOLO SVANTAGGI CON LE CLASSI MISTE MASCHI-FEMMINE

L'introduzione delle classi miste negli anni '60 fu imposto senza basi scientifiche e oggi gli alunni ne subiscono le conseguenze

Il termine educazione omogenea [...] indica un modello educativo basato sull'attenzione alle specificità maschili e femminili, perseguita attraverso l'organizzazione di momenti educativi nei quali alunni e alunne vengono separati per sesso. In questo senso si parla anche di "educazione specifica". Nei Paesi anglofoni si usa l'espressione "single sex education".
Al di là della terminologia che si preferisce adottare, il concetto che sta alla base di questo modello educativo è che le differenze di genere tra maschi e femmine dovrebbero essere sempre tenute in adeguata considerazione, soprattutto a scuola, per favorire una crescita più armonica e completa dei giovani. [...]

DIFFERENZE DI GENERE IN EDUCAZIONE
La recente diffusione del modello di educazione omogenea in alcuni Paesi e l'estensione del dibattito sul confronto tra tale modello e quello della coeducazione (riferimento teorico della cosiddetta "scuola mista") è dovuto al fatto che molte ricerche sembrano ormai dimostrare che il bene dell'educando può essere perseguito meglio se si tiene conto delle specificità del suo sesso. È stato accertato infatti che esistono forti condizionamenti neurobiologici che permettono di parlare di un modo maschile o femminile di apprendere e di conoscere. Tali condizionamenti non possono essere eliminati e non possono essere ignorati dagli insegnanti senza produrre danno. La cognizione della donna è in genere più emotiva e sintetica, più completa, ed è meno analitica. I ragazzi, di solito, hanno più facilità nella percezione spaziale, nel ragionamento astratto, nel fare programmi a lunga scadenza e nello svolgere attività fisico-motorie, mentre le ragazze sono meglio predisposte alla padronanza del linguaggio, all'arte e alle scienze sociali.
Storicamente, nella maggior parte dei casi, l'educazione a scuola avveniva in ambiente omogeneo fino a metà degli anni sessanta. Da allora in poi si è progressivamente diffusa la scuola mista, ma si è trattato di una scelta organizzativa che non è stata preceduta da studi e da sperimentazioni. In effetti, non è facile trovare pubblicazioni scientifiche anteriori a quel cambiamento, che lo giustifichino pedagogicamente.
Il primo congresso internazionale sull'educazione impartita in ambiente omogeneo/misto si è svolto a Barcellona (Spagna) nell'aprile del 2007, organizzato dalla European association single-sex education, i cui atti sono disponibili in rete.
Il secondo congresso internazionale si è svolto a Roma nel 2009. Ne è emerso tra l'altro che attualmente nel mondo sono circa 40 milioni gli studenti che frequentano scuole omogenee. Gli atti del congresso sono stati pubblicati dall'editore italiano Armando e una sintesi è disponibile in rete.

LA SITUAZIONE IN ITALIA
Attualmente in Italia il modello omogeneo (single-sex) è statisticamente quasi irrilevante. Le uniche istituzioni scolastiche nelle quali è presente un progetto di educazione omogenea, quale conseguenza della più ampia opzione per l'educazione personalizzata, sono quelle che adottano il sistema educativo FAES. Infatti è molto diffusa l'opinione che l'unico modello scolastico esistente sia quello misto. A conferma di ciò, si aggiunge il fatto che periodicamente appaiono sui principali organi di stampa alcuni articoli che, sebbene diano notizia del dibattito sul confronto tra scuole miste e scuole che adottano un'educazione specifica per ragazzi e ragazze, si riferiscono però soprattutto a ricerche internazionali.
Sul piano scientifico, alcuni studiosi hanno sottolineato l'anomalia di un sistema d'istruzione che, in quanto pubblico, dovrebbe contemplare entrambe le possibilità, sia per soddisfare la richiesta delle famiglie, sia per alimentare un confronto basato su ricerche sperimentali e non su contrapposizioni ideologiche.
Per questo motivo, da alcuni anni si valuta la consistenza degli elementi a favore di entrambi i modelli educativi nell'ambito di convegni o di corsi universitari. In particolare si vede la necessità di trovare nuove strade per una educazione più attenta alle esigenze degli alunni, anche sotto l'aspetto della loro identità di genere.
Dal 2007, presso alcune università si è cominciato ad affrontare il tema nel contesto delle attività di formazione per futuri docenti di scuola secondaria superiore. È emerso infatti che nella scuola mista italiana ci si è a volte limitati a mettere insieme maschi e femmine, pensando che la semplice vicinanza dei due sessi fosse sufficiente a produrre effetti positivi. [...]
La maggior parte degli esperti concorda sul fatto che nella scuola italiana non sempre c'è una adeguata attenzione alle specificità dei due sessi. Infatti ai ragazzi e alle ragazze vengono di solito offerti i medesimi stimoli educativi, con gli stessi metodi, gli stessi ritmi, i medesimi stili, senza tenere conto delle loro differenze neurobiologiche e del loro diverso modo di vedere la realtà. Tali differenze, a giudizio dei più, andrebbero valorizzate in una prospettiva di collaborazione e non ignorate o esasperate. [...]
In Gran Bretagna c'è una tradizione molto radicata di educazione omogenea, sia tra le scuole statali che tra quelle non statali. La National Foundation for Educational Research ha pubblicato nel 2002 i risultati di uno studio su quasi tremila high schools, per un totale di trecentosettantamila alunni, giungendo alla conclusione che il rendimento degli studenti delle scuole omogenee (single-sex) è nettamente più alto rispetto alla media. [...]
Fonte: Wikipedia


5 - TROPPA SCUOLA FA MALE
Il mito del ''tempo pieno'' lavora contro la famiglia: oggi i nostri bambini trascorrono a scuola più tempo di quello che noi genitori trascorriamo in ufficio
articolo non firmato

Si, avete letto bene: troppa scuola può far male ai nostri ragazzi, ed è pura illusione pensare che più ore trascorse dentro l'edificio scolastico siano sempre un bene. Non è così e, in un certo senso, non è mai stato così nemmeno in passato.

PRIMI IN EUROPA
Ma andiamo con ordine e partiamo dai fatti. Oggi l'Italia si ritrova in testa a una classifica molto particolare: le scuole Primarie del Bel Paese - quelle che i comuni mortali e le persone di buon senso continuano a chiamare "elementari" - impegnano i bambini in una maratona di 980 ore per anno scolastico. è il dato più alto di tutta Europa. In Germania - dove la gente è notoriamente tutt'altro che pigra e men che meno ignorante - i kinder stanno in classe 698 ore. Qualche cosa come 300 ore in meno dei coscritti italiani, circa 60 giorni di differenza. La media europea per le scuole Primarie è di 755 ore all'anno, nettamente al di sotto della prassi italica. L'unico Paese con un monteore molto simile al nostro è la Francia (958), ma è notizia di queste settimane - invero clamorosa - che oltralpe si prepara una controrivoluzione dell'orario: il governo Sarkozy ha deciso di ridurre i giorni di scuola da 5 a 4, lasciando i fanciulli a casa il mercoledì, oltre che il sabato. Fra l'altro, è curioso notare che la "vacanza centrale" fu inventata proprio in Francia da Jules Ferry (1832-1893), il padre dell'insegnamento pubblico e gratuito, che volle la chiusura delle scuole il giovedì con lo scopo di "permettere ai genitori di dare ai figli un'istruzione religiosa fuori dagli edifici scolastici". Insomma: un curioso "giorno del catechismo" che nasceva dal giacobinismo francese, ma che alla fine conteneva anche aspetti positivi per la Chiesa e i cattolici.

IL CASO ITALIANO
Intendiamoci: non è detto che l'Europa sia sempre un modello, e nessuno ci obbliga ad allinearci con le abitudini del vecchio continente, che spesso sono lontane anni luce dal buon senso e dalla tradizione cristiana. Ma, in questo caso, è l'Italia a essere in errore. E a pagare un prezzo altissimo al peso enorme che la cultura marxista ha giocato - e continua a giocare - nella nostra società. [...]

TUTTO NELLA SCUOLA, NIENTE AL DI FUORI DELLA SCUOLA
Il tutto avviene sotto l'abile regia del Partito comunista italiano e nella sostanziale indifferenza del partito dei cattolici, la Democrazia cristiana. Anzi, il modello pedagogico marxista viene progressivamente assunto come valido anche in larghe fette del mondo cattolico. I "miti" della scuola progressista conquistano il cuore e la mente di politici, intellettuali, presidi di formazione cattolica. E fra questi miti, su tutti trionfa il "tempo pieno". Esso si fonda sull'idea - di impronta tipicamente hegeliana - che l'intera crescita umana e culturale del bambino debba essere guidata e gestita dallo Stato attraverso la scuola, e che il resto - a cominciare dalla famiglia - abbia un ruolo residuale, accidentale, sostanzialmente inadeguato, insufficiente. Come disse il filosofo Umberto Galimberti, columnist di Repubblica, «i genitori non sono in grado di educare i propri figli». È il capovolgimento della dottrina cattolica della "sussidiarietà", in base alla quale l'uomo, la famiglia e la società debbono essere liberi dì fare da sé tutto ciò che è buono e lecito, lasciando allo Stato il compito di intervenire solo dove il cittadino non ce la fa da solo. In questa visione la scuola non è il fulcro della crescila del bambino, ma un supporto al padre e alla madre, che non possono delegare. Per ragioni evidenti, il pensiero comunista e, in seguito, progressista e liberal-radicale, ha attaccato frontalmente questa idea, per strappare alla famiglia il timone dell'educazione dei figli. Non è un caso che la pur discutibile "Riforma Moratti" avesse introdotto la "straordinarietà" della scuola al pomeriggio, e che invece l'attuale Governo di sinistra abbia reintrodotto trionfalmente il "tempo pieno".

PIÙ SCUOLA, MENO FAMIGLIA: IN FUGA DALLA FEDE
In questo processo di tragica spoliazione, la cultura di sinistra è stata supportata da fette importanti del mondo cattolico, che ha creduto di aiutare la famiglia e soprattutto le fasce meno abbienti della società con un sistema scolastico ispirato all'idea del "parcheggio prolungato": più tempo i figli stanno in classe, e meno sono esposti ai pericoli del mondo. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: i famosi "pencoli" - che prima attendevano i nostri figli per le strade, come la droga o la devianza o il bullismo - adesso sono entrati trionfalmente nella scuola, che non sa come (e talvolta nemmeno vuole) reagire. Parole come ordine e disciplina, concetti come fede e pudore, sono stati defenestrati dai contenuti educativi, per essere rimpiazzati dall'ambientalismo e dal pacifismo. Un tempo il bambino imparava dal maestro laico dello Stato sabaudo il valore del sacrificio e il saluto alla bandiera del re; oggi il pupo si erudisce sulla raccolta differenziata e si inchina davanti alla bandiera arcobaleno. Non solo: imbottendo le liste dei docenti di Stato di uomini e donne di sinistra - oggi traghettati sulle sponde di uno squallido nichilismo gaio pansessualista - si è giunti a capovolgere la positività originaria del tempo trascorso in aula. Per cui oggi - salvo lodevoli eccezioni - più tempo il figlio trascorre in aula, più ideologia conformista assorbe. Meno resta in famiglia, meno educazione riceve, meno è introdotto in un cammino di fede cattolica.

UNA SCUOLA A MISURA DI ADULTO
A dar manforte all'idea totalizzante di scuola ha contribuito il modello di sviluppo capitalistico, esploso in Italia con il boom economico degli anni Sessanta. Occorreva spingere le donne fuori dalla casa, e convincerle non solo della legittima opportunità, ma addirittura della doverosa necessità di lavorare in fabbrica o in ufficio, abbandonando le tradizionali incombenze femminili, soprattutto educative e assistenziali. Questa strada ha prodotto spesso nelle madri lavoratrici dolorose lacerazioni - in realtà il lavoro va ad aggiungersi agli impegni domestici - e ha incentivato ancor di più l'idea di una scuola per tutto il giorno, tutti i giorni. Affiancata dal mito che "più asili nido aiutano la famiglia", cavalcato ancora una volta dai governi progressisti, con il beneplacito di cattolici un po' ingenui. Il risultato è che oggi noi abbiamo a che fare con modelli scolastici che non sono pensati per il bene dei nostri figli, ma - riconosciamolo - per i comodi degli adulti: da un lato, l'interesse della corporazione sindacale degli insegnanti, che ottenne ad esempio l'assurda riforma dei tre maestri per classe, al solo scopo di salvare posti di lavoro; dall'altro, i bisogni dei genitori, effettivamente costretti non di rado a lavorare entrambi. Certo, uscire da questa situazione non è facile. Ma, almeno, riconosciamo qual è il vero bene per i nostri bambini. Che cosa c'entra tutto questo discorso con l'apologetica e con la fede cattolica? Beh, un giorno fu proprio Gesù a dire: «Lasciate che i bambini vengano a me». Se la scuola li allontana sempre più dal Maestro buono e dai genitori, c'è davvero qualche cosa che non funziona.

Mario Palmaro
Fonte: Il Timone, novembre 2007


6 - I COMPITI A CASA FANNO PIU' DANNI CHE BENEFICI
La Finlandia, al top delle classifiche sull'educazione, ha abolito i compiti, mentre in Italia la situazione è disastrosa anche (ma non solo) per lo stress dei compiti
articolo non firmato

La lettera del padre agli insegnanti che spiega perché suo figlio non ha fatto i compiti delle vacanze. Le interviste a maestri che non assegnano compiti a casa. Una scuola media che vince il premio simbolico del "Festival dei compiti assurdi" e, leggendo i contenuti, si intuisce il perché. Le ultime statistiche mondiali sull'efficacia del lavoro svolto a casa dagli studenti. Il tema - complesso - ritorna oramai a ogni inizio e fine di anno scolastico. Ne abbiamo parlato con Maurizio Parodi, 60 anni, dirigente scolastico da 30, padre di un figlio che va in prima superiore. Ha indetto il Festival sopracitato, ma soprattutto è l'autore di un libro che sta girando da anni nelle mani di migliaia di persone in tutta Italia, dal titolo inequivocabile: "Basta compiti. Non è così che si impara" Il messaggio, che Parodi spiega a fondo nelle righe qui sotto e che porta negli incontri a cui viene invitato lungo Italia, entra di petto in un tema sul quale, come spesso accade su argomenti che dividono la società, si levano gli scudi pro o contro. "Ho iniziato 15 anni fa, con un articolo su una rivista specializzata, L'Educatore, a parlare della necessità di non dare più i compiti a casa. Prima con toni blandi, poi alzando la voce, perché altrimenti non venivo ascoltato". [...]
Perché, secondo lei, non serve dare compiti a casa?
Stiamo parlando di un problema grave che ci coinvolge tutti: docenti, studenti, genitori. Lo studio domestico è inutile, perché le nozioni che sono memorizzate per l'interrogazione del giorno successivo, dopo un breve periodo di tempo vengono dimenticate, perché si attiva solo la memoria a breve termine: non c'è apprendimento; si tratta di un sapere usa e getta. Poi è discriminante, avvantaggia chi è già avvantaggiato, dalla presenza di una figura che lo segua nel pomeriggio - molti genitori lavorano entrambi e quindi sono penalizzati - o dalla maggiore capacità già acquisita: chi fa più difficoltà in classe di certo non recupera a casa, soprattutto se non può avvalersi dell'aiuto di genitori culturalmente, affettivamente o economicamente attrezzati, anzi il gap, rispetto ai compagni "più bravi" aumenta: il giorno dopo i compiti chi è svantaggiato lo è ancora di più. E spesso nemmeno i genitori più presenti e istruiti possono essere d'aiuto, è accaduto anche a me nonostante sia un dirigente scolastico.
Ci racconti...
Un esempio eclatante, mio figlio era in seconda media, e doveva studiare i complementi, mi ha chiesto un chiarimento e così ho scoperto che rispetto a quando me ne occupavo, come docente, sono proliferati a dismisura: decine e decine... Nemmeno io li conosco tutti, in quell'occasione la mia presenza è stata inutile. Di fronte a compiti difficili, incomprensibili (ma anche insensati) cresce poi l'avversione dello studente verso la scuola, soprattutto se ha già difficoltà: pensa di essere inabile allo studio, e la scuola fallisce il proprio compito educativo; come dimostrano i dati Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) sull'Italia.
Come è situata l'Italia nelle classifiche internazionali sull'apprendimento?
Male. Malissimo. Il dato paradossale riguarda, appunto, i compiti: a fronte di una mole doppia, tripla e in certi casi quadrupla di compiti assegnati, rispetto ai coetanei non solo europei, il tasso di analfabetismo funzionale rimane uno dei più alti d'Europa. Si tratta dell'incapacità di usare in modo efficiente abilità elementari di lettura, scrittura e calcolo nelle situazioni di vita quotidiana. Sempre secondo le ricerche Ocse, eccelliamo, purtroppo, nell'abbandono scolastico e per l'incapacità di compensare le diseguaglianze (meglio di noi anche Bulgaria, Romania, Ungheria). In altre parole, la scuola italiana non funziona più come ascensore sociale, al contrario è diventata un moltiplicare di diseguaglianza, accentuandone il carattere censitario; come nella metafora di don Milani che paragonava la scuola a un ospedale al contrario: cura i sani e respinge i malati. Il timore, suffragato anche dall'aumento delle "diagnosi", sempre più precoci, è che addirittura si corra il rischio di far ammalare i sani. Un ulteriore dato dell'Oms (Organizzazione mondiale della sanità) evidenzia come gli studenti italiani siano tra i più stressati, i più insofferenti rispetto allo studio. Lo dimostrano comportamenti inquietanti come il terrore di ammalarsi dovendo poi recuperare i compiti non fatti, che si aggiungono ai compiti da fare al rientro.
Il ruolo dei genitori non può aiutare nell'alleviare lo stress dei figli?
Certo, ma resta l'assurdo di una situazione che impone ai genitori di "contenere il danno scolastico", sempre che i genitori ci siano e siano in grado.
In particolare, la moltiplicazione degli insegnanti (e quindi degli insegnamenti) nella scuola primaria ha determinato effetti drammatici. Già dai primi anni di scuola, i docenti operano nella reciproca ignoranza; ciascuno assegna i compiti come se fossero i soli da svolgere (nemmeno di parlano tra loro) con il risultato di un carico complessivo soverchiante. I compiti sono talmente tanti (e comunque ogni studente ha propri ritmi) che i genitori, non solo sono costretti a sostituirsi ai docenti nel "compito" più importante, quello di insegnare un "metodo di studio", talvolta devono sostituirsi persino ai figli: i compiti li fanno loro, perché si ritrovano alle 10, 11 di sera con bambini o ragazzi esausti e terrorizzati all'idea di andare a scuola senza averli fatti, perché scatterà la punizione, come la ricreazione saltata, o altre forme di mortificazione. Si danno i compiti persino in molte scuole a tempo pieno, a bambini di 6-11 anni, dopo 8 ore di forzata immobilità: compiti tutti i giorni e naturalmente nel week end.
La sua battaglia ha prodotto risultati tangibili?
Ho iniziato 15 anni fa, e ancora oggi porto argomentazioni logiche a sostegno delle mie tesi, come quelle appena accennate, riconducibili al decalogo della petizione online, che sfido chiunque a confutare. Ho scritto varie volte al ministro della pubblica istruzione, ma senza avere risposta.
Credo stia gradualmente maturando una diffusa consapevolezza circa la gravità del problema: oltre alle nostre proposte, al mio lavoro di sensibilizzazione, si registrano iniziative di singoli genitori, di docenti e dirigenti (anche di un sindaco sardo) e una crescente attenzione dei media.
Ma si tratta di un processo lentissimo, ed è sconfortante, tanto più se si considera un altro clamoroso dato oggettivo e ben descritto dal breve documentario che ha realizzato il regista statunitense Michael Moore. Quando si è recato in Finlandia per chiedere al ministro dell'Istruzione come sia stato possibile che la scuola finlandese sia diventata la migliore del mondo - visto che qualche decennio fa era in fondo alle classifiche come quella degli Usa - la prima risposta del ministro è stata: "Abbiamo eliminato i compiti a casa". Le scuola migliori del mondo non danno compiti o ne danno pochissimi, noi siamo la peggiore, dopo Grecia e Portogallo. Non riusciamo a compiere una rivoluzione (di immediata fattibilità e a costo zero) a cui altri sono arrivati da tempo. Fenomeni sempre più diffusi di fuga dalla scuola, come quello dell'homeschooling, sono causati anche dal tormento insensato dei compiti a casa.
Ma non basterebbe semplicemente diminuire i compiti?
È quel che dicono quasi tutti i docenti[...]: "I compiti sono necessari, ma non bisogna darne troppi". Nessuno ha mai dimostrato che i compiti siano necessari, infatti ci sono insegnanti che non ne assegnano, gli studenti dei quali hanno percorsi scolastici assolutamente "regolari", e, come detto, prosperano scuole di eccellenza che li hanno eliminati. Il punto è proprio questo: se sono utili, necessari, si diano; se sono inutili, addirittura dannosi si evitino: primum non nocere. Non è neppure possibile stabilire una misura, l'impegno è diverso per ogni alunno, ovvero uno può completare un argomento in mezz'ora, un altro in due ore perché magari ha maggiori difficoltà di apprendimento, altri non riuscire per nulla...
Come uscire da questo apparente vicolo cieco, in un'ottica condivisa tra docenti e famiglie ovvero senza posizioni che si fermino sono al "sì" o "no" compiti ma che entrino nel merito del problema?
Sarebbero da ripensare tutti i paradigmi su cui si basa l'apprendimento scolastico. L'unico aspetto che finora ho trovato efficace, ovvero che nel tempo ha dato i suoi frutti in termini di ragionamento pacato e condiviso, è quello di "restituire" ai docenti le testimonianze dei genitori: ci sono centinaia di casi in cui i compiti a casa sono sinonimo di sofferenza familiare, nonché motivo scatenante di gravi conflitti che si protraggono nel tempo, dove il padre o la madre diventano una sorta di carceriere e lo studente una persona che vive sotto minaccia. Leggere queste storie di vita può forse favorire la comprensione dei docenti.

Daniele Biella
Fonte: Vita, 15/09/2016

MAURIZIO PARODI SU RAI TRE

video con l'intervento di Maurizio Parodi su Rai3 alla trasmissione GEO del 28 settembre 2016 della durata di otto minuti in cui si spiega perché i compiti a casa non solo non migliorano, ma peggiorano il rendimento scolastico.


https://www.youtube.com/watch?v=x0_skcHwyW8


ULTERIORI APPROFONDIMENTI


I COMPITI A CASA PER I BAMBINI SONO INUTILI
Le ricerche confermano che i compiti a casa non migliorano la resa degli studenti, anzi sviluppano l'avversità per la scuola
di Heather Shumaker
http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=4412

I COMPITI A CASA SONO INUTILI?
Vedo insegnanti assegnare fiumi di compiti per il pomeriggio e dare piccole biblioteche da leggere durante le vacanze estive
di Giano Colli
http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=4431


7 - EDUCARE I BAMBINI IN UN MONDO ALLA ROVESCIA
Il compito educativo spetta ai genitori: non alla scuola, non allo Stato, non agli esperti, ma ai genitori (che devono creare ambienti educativi in sintonia con i principi cristiani)
articolo non firmato

Nella nostra società, nella quale i valori cristiani sono sempre meno condivisi, sta emergendo un problema educativo che non è stato previsto. Come è possibile dare ai figli un'educazione fondata sui valori spirituali, sulla modestia, sulla castità in un mondo nel quale l'imperativo è il godimento, l'imbarbarimento la norma, la bruttezza, la sciatteria e la provocazione dei valori?
Quando il modello adolescenziale (con l'adolescenza protratta oltre i trent'anni) impone il tatuaggio, il piercing in luoghi più o meno visibili, i «party» più strani e trasgressivi, la musica più tribale e triviale, ha senso resistere, opporsi? Non si rischia di far sentire il proprio figlio «strano» una mosca bianca, un disadattato (mai parola indica più chiaramente il ribaltamento valoriale al quale stiamo assistendo)?

PARTIAMO DA ALCUNI PUNTI FERMI
Innanzitutto, il compito educativo spetta ai genitori. Non alla scuola, non allo Stato, non agli esperti: ai genitori. La responsabilità educativa dei figli spetta a loro. Sono quindi loro che devono scegliere il tipo di educazione da impartire ai bambini anche se il modello educativo che scelgono è discordante con (o in opposizione a) quello proposto dalla società.
Secondariamente, il tipo di educazione proposto dalla nostra società è assolutamente deprecabile sotto molti punti di vista. Non so se sia mai esistita una società che intenzionalmente abbia cresciuto i propri bambini nell'ignoranza della metafisica, del fatto che esista qualcosa oltre la materia. L'unico imperativo che la nostra società impone a bambini, ragazzi e ragazze è «Godi!». Questo è ciò che insegna MTV. Questo è ciò che chiedono alcuni padri e madri ai loro figli: divertiti, riempi la tua vita di piaceri di ogni tipo, dimentica le responsabilità, il sacrificio, le conseguenze del tuo godimento perpetuo. Ogni privazione, ogni frustrazione, ogni limite è un'ingiustizia intollerabile che alcune mamme e nonne indignate si impegnano ogni giorno a spazzare dalla strada dei loro figli e nipoti, non solo da bambini, ma anche quando si fanno più grandicelli.
Non è una novità, non è una rivoluzione: è semplicemente l'esito di un processo. Date alcune premesse, le conseguenze saranno necessariamente quelle. Se i genitori propongono ai loro bambini un mondo in due dimensioni è perché essi stessi vivono in un mondo piatto, senza profondità metafisica. Non c'è motivo per cui dovrebbero proporre ai loro figli qualcosa che essi stessi non conoscono. E non conoscono altro perché a loro volta sono stati educati così.
L'Italia del secondo dopoguerra, che noi credevamo cattolica, tradizionalista e valoriale, è stata l'Italia che ha creato questa situazione. L'Italia che al posto dello smartphone aveva come status symbol l'autoradio, che viveva tutto l'anno in funzione della vacanza (non in Egitto, dai nonni in Calabria), l'Italia dei divani incellophanati e del servizio di cristallo di dote perennemente chiuso nella vetrinetta in sala (anch'essa rigorosamente chiusa a chiave). L'Italia in cui l'importante era «la roba», era mangiare bene, avere il figlio dottore. Ecco: i selvaggi che si aggirano per le nostre città, con la biancheria in bella mostra, l'esibizione di una pelle marchiata e borchiata, e un linguaggio che farebbe vergognare il proverbiale scaricatore di porto sono il frutto di almeno due generazioni di educazione senza metafisica, senza l'idea che esistano un bene o un male in sé, e non solo per le conseguenze piacevoli o spiacevoli che hanno per me.

LA CRESCITA PERSONALE COSTA
Terzo: la crescita personale, la vocazione, in termini religiosi, costa. Diventare se stessi, realizzare il progetto che ci è stato affidato alla nascita è faticoso, è duro, non è né piacevole né gratuito. Diventare la persona che dovremmo essere, esprimere la nostra personalità, mettere a frutto i nostri talenti implica la solitudine, il pagamento di un prezzo, l'incomprensione o addirittura lo scherno. Essere veramente liberi, essere coerenti con i propri valori, puntare alla realizzazione della propria vocazione esige che ci si senta un «disadattato», una mosca bianca. Tanto più in una società come la nostra, nella quale il conformismo è dittatoriale, e l'espressione di sé non significa esprimere la propria personalità quanto la mancanza di essa.
Bisogna però considerare una cosa importante, almeno dal punto di vista clinico (lo scrivente è, appunto, uno psicologo clinico). Durante la crescita abbiamo bisogno di essere rassicurati, di sapere che «andiamo bene», che siamo adeguati. Questo è un bisogno fondamentale che, se soddisfatto, costituisce la premessa per la costruzione di quella vera personalità, conforme al proprio progetto, di cui dicevamo sopra. La nostra adeguatezza deve però trovare conforto nel mondo dei pari. Non ci sentiamo adeguati confrontandoci con chi è completamente diverso da noi (con gli adulti, nel nostro caso), ma con chi è - o dovrebbe essere - simile a noi: il gruppo dei pari. Per questo gli amici sono così importanti per gli adolescenti: sono i coetanei che possono fare da specchio, non più i genitori. Sentirsi adeguati per gli adulti (genitori, nonni...) ma non per i coetanei non dà quella sicurezza della quale i ragazzi hanno bisogno (a meno di trovarci di fronte a ragazzi particolarmente strutturati, forti e sicuri; cosa sempre più rara anche tra gli adulti, al giorno d'oggi).

DILEMMA INSOLUBILE?
Siamo dunque di fronte ad un dilemma insolubile? Veleggiamo tra Scilla (la massificazione edonistica) e Cariddi (il disadattamento)? Una soluzione, forse di difficile applicazione, c'è. Si tratterebbe di costruire attorno ai nostri ragazzi un ambiente di coetanei educati in modo cristiano, metafisico, valoriale; in questo modo la loro domanda di adeguatezza sarebbe soddisfatta, e crescerebbero con punti di riferimento diversi da quelli - deprecabili - proposti dalla nostra società.
Gli oratori si svuotano, gli scout si uniformano al modello sociale, il mondo dello sport veicola messaggi ambigui sul gender e sulla sessualità? Forse è giunto il momento che i genitori si attrezzino per creare ambienti educativi in sintonia con i loro valori. Lo stanno facendo per la scuola: stanno sorgendo sempre più e sempre più belle scuole parentali; perché non creare degli ambienti educativi e ricreativi con gli stessi criteri? Non è facile, ma forse è più facile che istituire una scuola...
Un'ultima riflessione. Tutto questo ci fa capire quanto sia importante, per la salvezza delle persone,una società a misura d'uomo, che permetta o favorisca il raggiungimento dei propri obiettivi vocazionali. Per questo motivo la Chiesa ha una Dottrina Sociale: perché non siamo isole. Se vogliamo che i nostri figli abbiamo meno difficoltà nella nostra società, torniamo ad occuparci della società. Torniamo ad essere il sale della terra, e la lucerna nel lucernaio.

Roberto Marchesini
Fonte: Notizie Provita, settembre 2016


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